Chi sono

Per timidezza non ero propenso inizialmente a scrivere qualcosa su di me, supportato anche dal fatto che in tempi in cui tutto è veloce non credo ci si soffermi a leggere qualcosa che vada oltre le poche righe di un freddo curriculum vitae. Poi ho capito quanto sia importante condividere con chi sfoglierà le pagine di questo sito la mia passione per un lavoro che ritengo estremamente affascinante. Fin da ragazzo ho cominciato ad amare la fotografia, quando ancora c’era la pellicola, e la macchina fotografica era un’agfa di mio padre da 12 foto a rullo. Quando non vedevo l’ora di correre al laboratorio di sviluppo. Quando c’era l’attesa e la sorpresa che mi stupiva per uno scatto fortuito. Quando c’era la delusione per una foto sbagliata o persa ma ormai era troppo tardi per poterla rifare. Quando la mia prima reflex con l’obbiettivo 50 mm fermava attimi e sguardi alle volte banali, ma nello stesso tempo carichi di curiosità. Dopo il Liceo una breve esperienza a Venezia alla facoltà di Filosofia mi fece capire che la mia strada era un’altra e che dovevo seguire le mie passioni. Decisi di iscrivermi all’Istituto Europeo di Design di Milano. Erano gli anni Novanta e si cominciava appena a parlare di digitale: Photoshop era agli albori. La sede del dipartimento di fotografia era in Piazza Diaz, accanto alla Madonnina, e qui ho avuto modo di entrare in contatto con affermati professionisti che sono stati quei docenti che mi hanno saputo trasmettere l’emozione e lo stupore che si può provare dietro alla fotocamera. Ho scoperto la “fotografia di studio” che mi ha stregato fin da subito. L’esperienza Milanese non ha fatto che confermare il mio profondo amore per questa fantastica professione, perchè prima di tutto fare il fotografo non è un lavoro ma è una passione, è un modo di vedere le cose e persino di viverle. Col tempo ho imparato a guardare il mondo come fatto da tanti piccoli particolari che compongono un insieme, proprio come faccio quando inquadro una foto, ma se professionalmente questo è ottimo, alla volte, per quelli che mi devono vivere accanto, è una vera scocciatura. Secondo me nulla accade per caso e per mia grande fortuna feci amicizia con un compagno di corso, oggi affermato professionista, figlio di una famoso fotografo bergamesco. Colsi l’occasione per entrare nello studio del padre e per fare un po’ di gavetta, ma soprattutto per ascoltare. Il babbo non era un gran chiacchierone e non regalava la sua profonda conoscenza dell’arte e della tecnica a chiunque, ma sapeva insegnare, incuriosire, e appassionare. Mi sembrava come di andare a bottega: dovevi un pochino rubare il mestiere. Quello studio aveva per me un qualcosa di magico. Mi affascinava la tecnica con cui il fotografo riusciva a creare scatti impensabili per quei tempi. Non utilizzava il fotoritocco digitale ma, esponendo più volte e con precisione svizzera le pellicole piane, creava effetti straordinari allora inimmaginabili oggi alla portata di tutti con Photoshop. Non dimenticherò mai i basilari consigli che quel fotografo “saggio” mi ha saputo regalare per quando riguarda il saper osservare il soggetto e l’effetto della  luce. Ritornato in Friuli sono entrato a far parte dello staff di un importante studio fotografico tra i migliori del nord-est. Qui ho potuto continuare la mia formazione e sono entrato in contatto con alcune delle più importati aziende italiane. L’ambiente giovane e sempre in fermento mi ha permesso di crescere professionalmente. Molte amicizie, che tanto mi hanno dato, sono nate tra le mura di quello studio e continuano tutt’ora. Ho vissuto il passaggio epocale “dalla pellicola al file” con gli scanner prima, coi dorsi digitali e le moderne reflex poi. Questa rivoluzione ha dato tanto in termini di potere creativo al fotografo ma non posso fare a meno di ricordare con un po’ di nostalgia i banchi ottici, l’odore del polaroid, il rumore dell’otturatore e il gioco del pifferaio, quando si attendeva che le pellicole fuoriuscissero dalla sviluppatrice con quel loro “tac” inconfondibile e tutti correvano appresso a colui che le raccoglieva. Assieme si andava ad osservarle sul visore di perspex opalino. Qui c’erano i primi commenti e ognuno aveva qualcosa da dire, o da aggiungere per rendere lo scatto perfetto, oppure si raccoglieva con soddisfazione il plauso per una foto riuscita. Non posso fare a meno di ammettere quante cose ho potuto imparare da quelle persone, dagli stessi titolari, ma anche dai clienti, dai grafici, dalle stylist e dagli art-director passati davanti a quel tavolo luminoso. Oggi un po’ di questo contatto umano si è perso, il lavoro ha altri ritmi e alle volte è già molto se ci si parla al telefono davanti ad una bassa in jpg mandata via mail. Di quel mondo fatto di banchi ottici e pellicole piane mi è rimasto un buffo difetto professionale: confondo la destra con la sinistra quando sono davanti alla fotocamera e debbo dare delle indicazioni a qualcuno per spostare le cose sul set,  è l’inconscio ricordo di quando guardavo attraverso il vetro della sinar, glorioso banco ottico, in cui il mondo era ribaltato (coi piedi per aria) e invertito (la destra con la sinistra). Dopo ben 15 anni di gioie e dolori all’interno di una grande struttura in cui sono cresciuto, decisi che era giunto il momento di muovermi da solo, in maniera più snella e autonoma. Tagliai il cordone ombelicale che mi legava ad un certo posto e ad un certo modo ben codificato di fare fotografia, in cui ormai non c’era più molto spazio di manovra per me. Mi ero accorto che mi stavo spegnendo, la mia passione si smorzava, non riuscivo più a stupirmi davanti ad una bella foto. Il rimanere sempre chiuso in studio a fotografare secondo i gusti e i dettami di altri non era una cosa che digerivo più bene. Volevo uscire per poter curiosare nelle aziende, volevo capire come si fanno le cose, volevo vedere i processi di produzione. In questo momento nasce l’altra mia passione, quella per la fotografia industriale che mi porta ad entrare nelle fabbriche, sulle linee di produzione ed ogni giorno è un’esperienza nuova. Dalla piccola bottega artigiana alla grande industria c’è un mondo incredibile di macchinari e di mani in movimento che lavorano per produrre. Tutto questo lo trovo meraviglioso tanto da provare un senso di dispiacere quando un Cliente mi chiama per fotografare solo una specifica macchina o lavorazione e io non posso vedere come si muove tutto l’insieme come funziona lo stabilimento. Se ci si ferma ad ascoltare, ogni fabbrica, ogni bottega e ogni officina ha la sua musica e tutti gli ingranaggi al suo interno si muovono secondo un ritmo ben preciso che è caratteristico di quel luogo e di quella lavorazione. Adoro cercare di cogliere questa armonia nei processi di produzione e mi piace rendermi conto attraverso l’orgoglioso racconto degli addetti ai lavori o dei proprietari delle aziende di come nascono le cose. Negli ultimi anni la professione del fotografo è cambiata moltissimo, il mercato si è trasformato e le richieste dei Clienti sono sempre più specifiche. Un tempo si chiamava il professionista perchè bisognava essere sicuri che la foto “riuscisse” mentre oggi chiunque è in grado di fare uno scatto buono con una qualsiasi fotocamera, anzi telefonino. Al fotografo è quindi richiesta una maggiore specializzazione ma anche un maggior apporto creativo, più fantasia e immaginazione. Nascosta in ogni luogo o in ogni oggetto, anche in quello più semplice e a prima vista banale, si può trovare una prospettiva inattesa che può rendere speciale anche un semplice capannone o bullone. Nel mio lavoro ci metto tutta la mia passione, e tutta la mia curiosità. La più grande gratificazione che possa avere è la gioia del cliente che sente appagate le sue richieste e vede valorizzati al meglio i suoi prodotti. Questo sono io :)

Logo Linkedin

TAU Visual Associazione nazionale Fotografi Professionisti

We use cookies to ensure that we give you the best experience on our website.
Ok